NERO: simbolismo e mitologia del nero

Il colore nero fin dall’antichità è sempre stato associato alle tenebre, alla notte, al male e quindi è  di conseguenza considerato il colore più rappresentativo dell’iconografia della morte. I riti funebri di gran parte delle culture e religioni sono da sempre state associate a questo colore. A partire dall’età della pietra  in cui le pietre nere venivano utilizzate per omaggiare il passaggio dalla vita alla morte, fino a raggiungere gli effigi egiziani. Nell’Egitto faraonico il nero era il simbolo della notte, morte ma anche fertilità. Il re dell’aldilà, Osiride, era anche denominato “il nero”, Anubi il dio dell’imbalsamazione era sempre rappresentato con l’iconografia di un cane nero e la regina Ahmose Nefertari, una delle donne più influenti della XVII dinastia, era considerata una dea della ressurrezione, patrona della necropoli, raffigurata sui sarcofagi e pareti con la pelle nera

Il nero quindi non simboleggiava soltato la negatività, ma aveva una doppia faccia, la fecondità e resurrezione. Possiamo trovare delle parole in Esoterismo. Dizionario Enciclopedico che definiscono meglio in concetto: 

«Nero (kem). Il nero è il colore positivo per eccellenza; indica la ricchezza materiale, la fertilità (il limo fertile del Nilo, dal quale viene il nome stesso dell’Egitto: Kemet, Terra Nera) ed è strettamente connesso con la cosmologia originale, il caos delle origini.»[1]

Il nerobiblico è invece considerato solo un colore negativo: è il colore della condanna divina, gli empi, i nemici di Israele e dei malvagi. Accostato a Satana, il colore nero viene contrapposto al colore bianco, associandolo a Cristo e al significato di ressurrezzione, pace e gloria. Il nero è il colore della morte, mentre il bianco rappresenta la ressurrezione. Contrasti che troviamo radicati nella filosofia cinese, più nello specifico nelle due religioni: Confucianesimo e Taoismo. 

Caratteri tradizionali dello Yin Yang.

Il simbolo dello yin e yang simboleggia due fondamentali principi: 

  1. Lo yin e yang sono opposti: qualunque cosa ha un suo opposto, non assoluto, ma in termini comparativi. Nessuna cosa può essere completamente yin o completamente yang; essa contiene il seme per il proprio opposto.
  2. Lo yin e lo yang hanno radice uno nell’altro: sono interdipendenti, hanno origine reciproca, l’uno non può esistere senza l’altro.[2]

È facile quindi affermare, che senza il bianco non esisterebbe il colore nero e viceversa, inoltre tra i due colori, opposti, vige un equilibrio stabile. Nella mitologia greca il colore nero viene associato ad Ade; Dio dei morti e delle obre. Ubicato nelle viscere della terra, in un luogo dove le anime si ritrovano dopo la morte, nel regno della notte. Il fiume nero dell’Acheronte divide il mondo dai vivi da quello dei morti, le anime vengono traghettate dal figlio di Erebo e Nyx, Caronte; figura che ritroviamo in due grandi opere significative, l’Eneide di Virgilio e la Divina Commedia di Dante. Oltre l’Acheronte troviamo Cerbero, un mostro a guardia degli inferini, raffigurato come un enorma cane mastino a tre teste dal pelo scuro. Le anime vengono accompgnate fino al tribunale dove singolarmente saranno giudicate in basa alla vita terrena. Se giudicate benevoli andranno verso la via della luce, se giudicate malvagie andranno verso  il mondo oscuro dei dannati. Chi verrà giudicato delle colpe più gravi è destinato alla regione più profonda e nera dell’abisso, il Tartaro. Tra laghi di pece bollente e zolfo erge trono d’ebano in cui siede Ade nel suo palazzo. Altra figura della mitologia graca che associamo al nero è la dea Nyx, figlia di Caos, personificazione della notte terrestre. Trainata da quattro cavalli neri, sorvola il mondo nelle ore più buie e alla luce del giorno si rifugia negli inferi, affianco alla dimora di Ade. Anche nell’epoca romana l’inferno è raffigurato simbolicamente molto simile a quello greco e il colore nero è anch’esso associato alla morte e ai suoi riti funebri. Si può dire che l’usanza del vestirsi con abiti di colore nero (nello specifico su usava la toga praetexta pulla), sia nata proprio in quel tempo e poi si sia diffusa l’usanza a macchia d’olio in tutta l’Europa. Tradizione che ritroviamo fino ai giorni nostri. 

Nella mitologia norrena ritroviamo una raffigurazione molto simile a quella dei greci. La figlia di Narfi, denominata Nótt è la personificazione della notte, venne citata nel Gylfaginning, un antico testo che narra le gesta dei miti norreni scritta da Snorri Sturluson che la descrisse con queste parole: «Nörfi o Narfi si chiamava un gigante che abitava in Jǫtunheimr. Aveva una figlia che si chiamava Nótt, ella era nera e scura secondo la sua stirpe. Aveva per marito un uomo di nome Naglfari, loro figlio si chiamava Auðr. Poi ella fu data a un altro, che si chiamava Annarr, e la loro figlia si chiamò Jörðr. Infine la ebbe per moglie Dellingr, che era della stirpe degli Æsir, loro figlio fu Dagr ed era luminoso e bello come suo padre. Allora Allföðr prese Nótt e Dagr, figlio di lei, e diede loro due cavalli e due carri e li pose su nel cielo perché corressero intorno alla terra ognuno per la metà di un giorno. Nótt precede con il cavallo che è chiamato Hrímfaxi, che bagna la terra ogni mattina con la schiuma del suo morso. Il destriero che possiede Dagr si chiama Skínfaxi e illumina tutta l’aria e la terra con la sua criniera.»[3]

Altra figura legata alla mitologia norrena associata al colore nero è Hel. Dea dei morti, figlia dell’instabile Loki, dio dell’inganno e della gigantessa Angroða. L’inferno della mitologia nordica prende il nome proprio da questa dea, che significa e ne derivano due parole “Hell” in inglese e “Hölle” in tedesco, parole che significano per l’appunto: “Inferno”.Nei libri antichi, Hel, viene raffigurata con duplice aspetto, il suo viso è per metà nerocadaverico e per metà normale. Metafora della vita stessa in cui la morte è integrata come un unico ciclo della vita dell’essere umano. La divinità è sepolta all’interno della terra, e quando esce allo scoperto è portatrice si sventura e malattie. 

Hel, nella riconoscenza verso il dio Odio gli regalò due corvi neri, Huginn e Muninn, i nomi dei corvisignificano letteralemente pensiero” e “memoria” e saranno usati dal dio Odino per raccogliere informazioni, riportandole alle sue orecchie.

Il dio Odino con alle sue spalle i corvi Huginn e Muninn, illustrazione del libro “Walhall” di Felix e Therese Dahn, 1888.

Il corvo, quindi, uno degli animali più neri e simbolo del malefico, affibbiato persiono dalla Chiesa durante il primo concilio di Braga, con le sembianze del demone di nome Malphas.

“Malphas”, Louis Le Breton, 1863.

È considerato invece, nella simbologia e mitologia nordica un animale positivo. Considerato un uccello onniscente, guerriero e divino, i guerrieri germani cercavano di conquistare i favori di Odino stesso portanto come attributo principale in vessilli, elmi, fibbie etc… il simbolo del corvo nero. Nelle navi da combattimento, il sibolo del corvo regnava dipinto sulle vele e inciso a prua, l’azione della guerra e del coraggio erano quindi associate a questo animale, che per altre culture, invice, è considerato un sibolo negativo. Infatti, nella Bibbia, il corvo è il secondo animale ad essere nominato dopo il fatidico serpente, e secondo l’interpretazione che ne danno i Padri della Chiesa e teologi medioevali, quando Noè chiese al corvo di volare dall’arca per andare a cercare la terra tardò il suo ritorno.  Il corvo si fermò a mangiare sulle carcasse dei cadaveri e costrise Noè a mandare al suo posto una colmba e a maledire il corvo. 

Il corvo verrà quindi considerato dalla Bibbia un animale impurodiabolico, mangiatore di carogne, considerato un animale pagano dal piumaggio completamente nero che lo porta ad essere vietato da mangiare e bere il suo sangue.   

Al contrario è considerata la colomba, uccello “bianco” per eccellenza e sostituto del corvo della missione di Noè nel cercare le terre dopo la tempesta. La coloba, come sappiamo tutti torno da Noè con un ramo d’olivo nel becco, fornendo così la simbologia del colore bianco dell’obbiedenza e pace e al contrario del nero, colore che simboleggia la corruzione, il peccato e la morte. Se i pagani e i cristini avevano una grossa ambivalenza per la sibologia del corvo nero, la possiamo ritrovare anche nella mitologia greca e romana. Secondo i greci nel mito di Apollo, il corvo da lui protetto era di colore bianco. In sua assenza ordinò al corvo di sorvegliare Coronide, la sua amata mortale, che però la tradì con il giovane Ischi. Il corvo scoprì il tradimento e rivelò ad Apollo l’infedelta di Coronide, scatenando la sua ira, che acceccato dalla rabbia uccise l’amata con una freccia. Ma Coronide, prima di morire, rivelò al dio Apollo di essere incinta di suo figlio, che da lì a poco sarebbe morto insieme a lei. 

E così il dio cercò di salvare la donna, ma non ci riuscì. Estrpolò però il bambino dal ventre, affidandolo al centauro Chirone (il figlio divenne poi Esculapio, il dio della medicina). Apollo in seguito pentendosi di aver dato ascolto al suo corvo bianco lo punì trasformando il colore delle sue piume in nere. Questo mito diede al corvo nero la metafora di portatore di cattivo presagio e morte. 

Apollo e Coronide”, H.Goltzius, incisione, 1590.

Al contrario i romani, ammiravano questo uccello, studiavano i suoi movimenti in volo e a terra, classificandolo come l’uccello più intelligente.  Oggi giorno, l’intelligenza del corvo è stata confermata attraverso gli studi scientifici di T.Bugnyar e B.Heinrich nell’articolo “Ravevens (Corvus corax)”in Proceedings of the Royal Socety[4]in cui affermano che le capacità intelettuali di questo animale sono somiglianti o persiono migliori delle scimmie antropomorfe. 

Curiosa è la leggenda e superstizione che legherebbe il destino dei corvi della Torre di Londra al regno stesso: “Se i corvi della Torre di Londra moriranno o voleranno via, la Corona cadrà e con essa anche la Gran Bretagna”[5]. Così definisce la leggenda l’atrista contemporaneo Jeffrey Vallancedove la presenza di questi grossi corvi di razza “corvo imperiale”, vivono in cattività all’interno della fortificazione reale con il supporto dell’uomo dal 1600 fino ai giorni nostri, simboleggiando la prosperità della Gran Bretagna a protezione della Corona. Nel ‘600 il colore nero si affaccia in Europa nell’ambito delle credenze e supertizioni, dove il Diavolo e le sue creature iconiche predomineranno la scena per ben cinque secoli nell’isterica “caccia alle streghe”. La parola “stregha” iniziò a diffondersi qualche centinaio di anni prima per mano di Papa Innocenzo VIII che emanò la bolla Summis Desiderantes Affectibus, dove ufficializzava un’Inquisizione atta a scoprire e giustiziare le streghe. Le donne sospettate di rinnegare la fede cattolica e di praticare messe nere, furono condannate senza un giusto processo e torturate in segreto negando i loro diritti di difesa. Successivamente il Summis Desiderantes Affectibus, divenne l’introduzione del Malleus Maleficarum, un vero e proprio manuale che conteneva storie popolari basate sulle streghe, scritto da due monaci inquisitori, Heinrich Institor Kramer e Jacob Sprenger. Il testo latino, scritto con lo scopo di reprimere il paganesimo e le pratiche oscure, fu stampato in ben trantaquattro edizioni, con una tiratura che lo poneva al secondo posto per diffusione dopo la Bibbia. Il colore nero ricorre costantemente in questi testi, dalla celebrazione del sabba in cui i partecipanti ricoperti di fuliggine nera si recavano in luoghi bui con abiti neri per celebrare la messa nera. L’iconografia del tempo vedeva il diavolo raffigurato come un grande caprone, rigorosamente di colore nero. E tutti gli animali dal piumaggio o pelo nero erano per superstizione evitati e persino eliminati. Per voce di Gregorio IX i gatti di colore nero furono condannati e sterminati al rogo, in quanto considerati forma in cui si trasformava il Maligno.Le messa nere e la credenza del Diavolo portarono quindi a diverse credenze dove il colore nero era associato a disgrazia e malaugurio. Per contrapposizione alle streghe condotte in udienza e poi al rogo era abitudine far indossare a loro, abiti bianchi come simbolo di redenzione dal maligno. Invece per quanto riguarda i processi, i giudici e boia abbandonano le tuniche solitamente color rosso per indossare tuniche nere, rappresentando il colore della giustizia  e delle pene severe. 


[1]Roberto Tresoldi, Esoterismo. Dizionario Enciclopedico, De Vecchi, 2006.

[2]Fonte Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Yin_e_yang

[3]Snorri Sturluson, a cura di Giorgio Dolfini, Edda, Adelphi, 1975.

[4]Vol.272, 2005, pp. 1641.1646.

[5]Jeffrey Vallance, “Myths of the Raven”, in forteantimes.com, 2007.

INTRO: Il Nero “è” un colore

Il Nero è da sempre ritenuto dalla maggioranza delle persone un colore, ma in realtà indica l’opposto, ovvero, l’assenza del colore stesso. Il nostro occhio, infatti, identifica il nero in assenza di luce, durante una notte senza luna o più semplicemente quando si chiudono le nostre palpebre, dove la luce artificiale non può raggingerci e alterare la nostra visibilità. Un oggetto viene definito “nero” quando dei pigmenti ne trattengono la luce e non trasmettono nessuna cromia agli occhi di chi guarda. L’assenza di luce definisce quindi il nero, ma possiamo constatare che anche varie tipologie di pigmenti hanno lo stesso effetto di una notte senza stelle. “Ogni colore è piú bello nella sua parte illuminata che nell’ombrosa; e questo nasce, che il lume vivifica e dà vera notizia della qualità de’ colori, e l’ombra ammorza ed oscura la medesima bellezza, ed impedisce la notizia d’esso colore; e se per il contrario il nero è piú bello nelle ombre che ne’ lumi, si risponde che il nero non è colore, né anco il bianco.”[1]Così definiva il nero Leonardo Da Vinci, un “non colore”, ma a distanza di secoli gli artisti nei primi del Novecento hanno ridato lo statuto di “colore” al nero. Gli scienziati di conseguenza sono riusciti ad affermare le propietà cromatiche delle varie tipologie del colore nero. Il titolo di questa tesi richiama una famosa mostra organizzata nel 1946 a Parigi, dalla galleria Maeght, che annunciava con una certa impertinenza, come si evince dal titolo: “Il Nero è un colore”. La particolarità di questa mostra era che tutte le opere mostrate erano dominate dal colore nero. Gli artisti selezionati: Miró, Matisse, Ubac, Calder, Giacometti, Chagall, Bazaine, Kuroda, Chillida e Tapies si resero partecipi con i lori disegni e incisioni di una delle prime mostre più importanti dopo la seconda guerra mondiale. Il poeta Jacques Kober affermava: “Il colore nero ci regala il declino, una specie di povertà, è una perdita di equilibrio, un appello d’aria, è il nero che fa sì che i colori si tengano lontani dagli altri. Luce oltre la luce dell’acclimatazione e che questa luce consente un risveglio, una fonte”. [2]

Anche nella mia particolare ricerca artistica il colore nero svolge un ruolo fondamentale. L’utilizzo della materia “madre” che adopero nei miei lavori è la polvere di marmo bianco di Carrara, ricavata in sottoforma di marmettola ottenuta dagli scarti della lavorazione del marmo che viene raccolta, essicata e settacciata, fino a diventare polvere finissima. Questo materiale è molto importante per me, è legato al mio luogo di nascita, alle radici della mia famiglia che ha lavorato nelle cave da generazioni e il suo utilizzo, o meglio, ri-utilizzo ne comporta per me la possibilità di rendere “sacrale” il materiale stesso, un po’ come i feltri e il miele per Joseph Beuys. Ma è anche una critica verso un usurpamento che continua da migliaia di anni, che con il passare del tempo diventa sempre più una violenza contro la natura, vi è infine, la coscieza di una scelta difficile di un amore conflittuale per una montagna che si ama, ma allo stesso tempo si è constretti a ferire per vivere. Il colore bianco puro è contrastato dal colore nero, il nero sostiene l’equilibrio e la purezza del bianco e viceversa, e la quarzite presente nella polvere di marmo crea un effetto unico donandole luccicanza a seconda del punto di vista dello spettatore. Potrei definire la mia ricerca una rappresentazione dell’espressionismo astratto 2.0, dove la materia prima, la pittura materica e la gestualità sono tre punti fermi inamovibili. 


[1]Leonardo Da Vinci, Trattato della Pittura, Newton Compton, 2015, Roma.

[2]www.artdaily.com/news/17486/Black-is-a-Color—Living-Hommage-to-Aim–Maeght#.XPEM4C1ab5Z